Il silenzio dell’Altro e la precisione amministrativa

dalla mailing-list di Arcigay Pesaro del 4 novembre 2007

Sono i giorni dell’emozione suscitata dall’assassinio di Giovanna Reggiani. E’ domenica e la mia capacità di attenzione è sonnacchiosa e fluttuante quando viene attratta improvvisamente da uno spezzone di notizia del TG2 delle ore 13 del 4 novembre: Casini e Veltroni fanno vista al campo rom di Roma, non ricordo quale ne sia la localizzazione.
Sto armeggiando in cucina per preparare da mangiare ma mi volto di scatto per vedere come si svolga questa “visita”. Con mia sorpresa e disgusto constato che Casini e Veltroni non hanno per nulla “visitato” il campo ma ne sono rimasti a debita distanza, osservandolo da un cavalcavia, quindi da sopra e a una distanza “di sicurezza” in modo da scongiurare qualsiasi incontro con esseri umani, diciamo, sgraditi. Quella è stata la loro cosiddetta “visita”. La distanza minima dal campo poteva essere in linea d’aria di cento metri in orizzontale e una ventina di metri in verticale. Una distanza che scongiurasse qualsiasi possibilità di incrociare lo sguardo dell’Altro.
Si fosse trattato di qualunque altra comunità o gruppo o classe di cittadini, si sarebbero avvicinati e avrebbero interagito con questi. Li avrebbero salutati, ascoltati. Si sarebbero fatti belli davanti alle telecamere mostrando, accanto alla messa in piega, tutta la loro disponibilità ad ascoltare i problemi degli altri, anche degli umili, perfino (a volte) degli oppressi. Di tutti coloro insomma che semplicemente in quel frangente hanno una difficoltà, siano essi operai di una fabbrica in cassa integrazione, imprenditori che hanno subito un incendio doloso, madri di famiglia di un quartiere con le fogne intasate, eccetera.
Quando si va a trovare qualcuno si bussa alla sua porta: toctoc, è permesso? Anche quando la sua casa è abusiva. Un essere umano può essere temporaneamente abusivo lì, in quel posto dove ha costruito la sua casa, non è mica abusivo come abitante della terra. Sbaglio?
Per i rom, no, questo non vale. A un campo rom ci si avvicina quel tanto che basta da non obbligare all’incontro, all’ascolto, al riconoscimento, da non costringere a dare risposta all’imperativo morale di dare dignità all’Altro, guardandolo semplicemente negli occhi.
Per i rom lo “sguardo amministrativo” satura (per così dire) la questione. Non rimane alcun aspetto da considerare. Contabilità chiusa a pareggio. Tanto dare, tanto avere.
Eppure Casini non perde occasione di dire quanto è buono, quanto è cristiano e quanto vorrebbe, anche attraverso le leggi, rendere tutti gli altri italiani migliori e più cristiani… facendoli simili a lui, non è vero?.
Bisogna che qualcuno dica a Casini (senza troppo schiamazzo, sottovoce e facendo attenzione che lo shock non gli procuri un infarto) che Gesù è nato in mezzo ai ladri, e non perché ci è capitato per caso, ma perché li ha scelti.
I rom, come tutte le classi di esseri umani “inferiori”, non possono essere soggetti da incontrare e guardare negli occhi, né tantomeno soggetti degni di essere ascoltati. Possono solo essere sbirciati da una distanza che sia tale da scongiurare il pericolo di riconoscere in quegli occhi un altro essere umano. Solo così, scongiurando quella eventualità così terribile perché ci pone di fronte, senza possibilità di sfuggire, alla nostra natura (o non-natura) etica, l’Altro può diventare oggetto di provvedimenti amministrativi e di deportazioni.
E’ questo il meccanismo che ha prodotto Auschwitz, dove, ricordiamolo, non era all’opera una banda di delinquenti ma onesti cittadini comuni addestrati al disprezzo dell’altro facendo della fuga dall’imperativo etico dell’incontro con i suoi occhi un’abitudine acquisita e giustificata dal “senso comune di come vanno le cose”.
La morte, ad Auschwitz, non era nient’altro che un provvedimento amministrativo, un adempimento burocratico. Chi lavorava nell’amministrazione non era un criminale ma una brava persona che tornata a casa dopo l’orario di lavoro accarezzava i bambini prima della buona notte e si accertava che avessero portato il cane a fare la pipì. A questo si arriva quando gli esseri umani delegano la responsabilità etica personale a un’autorità che si esprime attraverso provvedimenti amministrativi.
La prossemica nella “visita” di Casini e Veltroni costituisce anche una conferma da manuale del primo assioma della comunicazione così come formulato dalla scuola di Palo Alto: “non si può non comunicare”. Quello che non è stato detto verbalmente, e cioè che a Casini e a Veltroni i rom fanno schifo, è stato detto attraverso la comunicazione non verbale, la “debita distanza” dai sub-umani.
A Bologna, per i “cittadini onesti” che si schifano delle moschee, Cofferati ha allestito un bel processo decisionale condiviso. Per i rom no, loro non sono come gli altri. Per loro ci sono le ordinanze, la ruspa e la deportazione.

Alessia Bellucci
Fabriano (AN)

“Le emozioni non hanno simpatia per l’ordine fisso.”
Yukio Mishima

 
SEO Powered by Platinum SEO from Techblissonline